Umbria
10 Marzo 2002

Attila pregiudica il pranzo per gli amici dei padroni

di ALFONSO MARCHESE

SE L’ERA cercato. Anche se quelli del canile comunale l’avevano messa fuori pista. Al momento della cessione del cucciolo le avevano raccomandato di metterlo in una cesta perché si riprendesse a poco a poco della depressione canina. Che aveva tolto al cagnolino anche la fame. Il cucciolo era abituato a suggere latte dal biberon. E una volta che una grossa cagna, approfittando della distrazione della padrona in visita al canile, aveva offerto con desueta generosità le sue tette al cagnolino, quest’ultimo aveva puntato le zampe e non ne aveva voluto sapere. Il ciuccio o succhiotto che si dica era l’unico modo per tenere ferma la scodinzolante coda di Camillo, come lo battezzò Romilda. Che per non sottrarre l’amichetto di giochi al cucciolo, che ormai sarebbe traslocato nella sua casa, decise senza troppi ripensamenti di prendere anche l’altro bastardino vicino di cuccia di Camillo. Insieme sarebbero stati meglio. L’uno non avrebbe sofferto dell’assenza dell’altro e viceversa. Perché gli animali, argomentava Romilda con la responsabile del canile, sono come gli uomini. Che di solito abbaiano alla luna, mentre i cani solo se c’è l’osso. Come dire: questi ultimi erano sicuramente più affidabili dei primi. Non per spirito misantropo. Piuttosto per convinzione, avendo la signora fatto entrambi gli esperimenti sulla propria pelle.
Battezzò l’amico di Camillo con un nome che a guardarlo bene non gli si addiceva: Attila! L’espressione dell’animale dal pannonico nome non aveva alcunché di barbarico. L’aveva lasciato solo sul terrazzo pieno di piante e non un filo d’erba era stato toccato da Attila. Forse a disdoro dello storico nome che portava.
- Che c’entra il nome con il carattere? Forse che tuo nipote non si chiama Lupo ed è schizzinoso da morire? argomentò Romilda per mettere fine alle perplessità del marito sull’opportunità del nome scelto.
Romolo alzò le braccia in segno di resa. Il ragionamento della consorte non faceva una piega. Anche se era convinto che i nomi spesso influiscono sul carattere. Non sono così innocui come sembrano.
- Tu mi garantisci che non dovrai pentirti del nome che hai dato al secondo cane?
- Ma ci metto non una ma più firme, replicò Romilda con un tono che scemò via via in un burbuglio di cui il paziente coniuge non riusciva ad afferrare una parola.
Romilda sbirciò l’orologio e mostrandone il quadrante al marito cominciò a ticchettarlo con il dito. Non c’era bisogno che si perdesse in commenti. Se voleva capirlo, era chiaro che s’era fatto tardi e che gli amici sarebbero arrivati all’aeroporto tra un’ora. Tra il tempo di andare all’aeroporto e quello speso per trovare un parcheggio, avrebbe sicuramente trovato la coppia di amici a bighellonare su e giù per lo scalo spingendo con indolenza il carrello pieno di valige.
- E sbrigati! proruppe Romilda vedendo il suo compagno fare il finto tonto o non capire affatto.
- Non vedi che ora è? Sbrigati! Io intanto preparo il pranzo.
Lo sbatacchiamento della porta ebbe l’effetto di far sospirare Romilda...Quell’ahhhhh che le uscì di bocca sembrò rimetterla in sesto. Più del rumore del motore e degli scricchiolii dell’auto sul vialetto inghiaiato.
Romilda, intanto che il marito assolveva il compito di recuperare gli amici all’aeroporto, era andata in cucina. Aveva tirato una bella tovaglia, messe le posate al posto giusto. E dopo una sbirciatina d’insieme su chiucchiai, coltelli, forchette e bicchieri, perché ciascuno tenesse la destra o la sinistra a seconda dei compiti, imbandì la tavola con prosciutti di tutte le marche, formaggi più o meno piccanti, burro, salsine verdi, rosse e a più colori. A lato del lavabo, su un quadrante di legno levigato aveva posato un rotolo di carne già cotta. Avrebbe dovuto solo tagliarla a fettine e rimetterla nella casseruola. Un roast beef era quello che ci voleva per gli amici, aveva pensato.
Proprio mentre si muoveva tra tavola e cucina squillò il telefono... Romilda si asciugò le mani nel grembiule, per non lasciare tracce oleose sulla cornetta, ed andò a rispondere. Era il marito che le comunicava di avere trovato gli amici e che erano sulla via del ritorno. Romilda si limitò ad un frettoloso "va bene va bene" e sugellò la telefonata con un drastico "ciao". Quasi il cuore gli parlasse che di là stava per succedere qualche cosa. Infatti, appena messo piede in cucina i due cani saltavano dal prosciutto al roast beef, ai formaggi, mordendoli. A dirigere la sarabanda chi poteva essere se non Attila? Camillo l’aveva seguito ed emulato. Nè ci fu verso di scacciarli. I ringhi erano nefasti segnali. Meglio lasciar perdere. Romilda tornò al telefono e chiamò il consorte al cellulare.
- Si va al ristorante.
- Perché?
- E’ passato sulla tavola Attila.

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